Kusturica, you are still “Underground”!
Febbraio 22, 2008
Quante forme puo avere un addio.
Febbraio 15, 2008

Quante forme può avere un addio?
Di sicuro è fatto di pochi gesti. L’addio è un istante, violento. E’ come il cerotto tolto via dalla piaga ancora fresca, con uno strappo secco. Dietro di sé lascia i contorni geometrici del suo perimetro che di lì a poco svaniranno insieme alla cicatrice.
Le montagne amplificano le voci perché hanno le orecchie dure e vogliono sentire quello che hai da dire. Io sono nato in pianura, anche se pianura è un termine estraneo alla conformazione tettonica dell’Albania. Dipende da quanta voglia hai di alzare lo sguardo da terra.
Mentre cammino per i sentieri spogli di erba e cespugli, fischiettando senza una linea melodica in testa, mi rendo conto per la prima volta dell’effetto della voce amplificata. Posso sentire i discorsi fatti a bassa voce da due sagome indefinite, sulla montagna di fronte a quella dove mi trovo. Ci sono più di mille metri di distanza tra me e loro. Li sento come se fossero a due passi da me.
Il punto più alto di una montagna si trova esattamente là dove ti butti per terra perché non ce la fai più a salire. Una volta ripreso fiato, cominci a credere di essere padrone del mondo o almeno del paesaggio che ti circonda. Le montagne questo lo sanno perciò rendono difficile il camino agli uomini che salgono sulle loro teste.
La montagna dove mi trovo adesso mi offre due possibilità. Padrone della terra o del mare. La scelta è difficile. Lontano, all’orizzonte, si intravedono le coste di un’altra terra (più in là scoprirò che si tratta di Brindisi), potrei annettere anche quelle al mare. Dopo essermi riposato, riprendo a scendere verso casa, perchè scelte così difficili non si fanno a stomaco vuoto.
A scuola, i libri di storia erano piene di uomini che prendevano possesso di interi popoli e terre e diventavano re ed imperatori. Nella mia testa quegli uomini scalavano montagne altissime.
Scendendo mi imbatto in un funerale. In questi casi normalmente ci si ferma e si aspetta che la macchia nera superi il pezzo di strada in comune. E’ straziante. Piangono le donne. Si lamentano con voci e parole che fanno venire la pelle d’oca. Il loro è un dialogo spento con il morto. Il mio è un dialogo acceso con il mio stomaco.
Dopo il ventre e le mammelle di mia madre, l’ultimo grande addio è stato un viaggio in treno. Non riuscivo però a percepirne l’entità. Ero adolescente e piangevo come un uomo adulto. Piangevo dentro. Mi stavano strappando via dalla mia terra. Velocemente… Neanche il tempo di pensarci. Eppure l’avevo tanto desiderato quel viaggio in EUROPA. Capivo e non capivo. Nella mia testa c’era un violino impazzito che generava pensieri confusi, al ritmo d’acciaio di rotaie e binari. Con la testa fuori dal finestrino e il sole alle spalle guardavo lo scorrere dei colori e delle forme che assomigliavano ai miei pensieri. Il contorno della mia ombra scorreva su questa terra. “Fa caldo”, pensai, mentre da lontano si scorgeva la sagoma della città portuaria di D. Da lì avremmo preso la nave per andare in Italia. Al di là del mare c’era il resto della mia famiglia.
Ulkonja
Na të birtë e shekullit të ri
Gennaio 13, 2008
Na të birtë e shekullit të ri,
filizat e një toke së rimun me lot,
ku djersë e ballit u dikonte kot -







